Dopo anni di denunce parla Federico Pilagatti, segretario del Sappe. Registrare i colloqui tra detenuti e famigliari: le proposte del sindacato autonomo di polizia penitenziaria
Con l’ultimo ‘blitz’ che ha praticamente tagliato la testa del clan Strisciuglio a Bari, sono emerse verità che tutti conoscevano, ma che nessuno ha mai voluto seriamente prendere in considerazione. Quali? L’ingresso della droga nel carcere, per esempio, ma anche la possibilità di recidere una volta per tutte i legami che consentono ai boss all’interno del carcere, di gestire i propri affari come meglio credono, nel carcere di Bari ma anche molti altri istituti di pena nel circondario. Ne parliamo col segretario del sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria (Sappe), Federico Pilagatti.
“Ormai l’emergenza sicurezza impone misure particolari anche a rischio di limitare alcune libertà: gli interessi in gioco sono davvero altissimi e riguardano tutta la popolazione che soffre di una limitazione di libertà dovuta alla proprio alla delinquenza organizzata. Per quanto riguarda il traffico della droga, il nostro sindacato aveva spiegato qualche anno fa come entrano nel carcere di Bari le sostanze stupefacenti, proprio a causa della dislocazione dello stesso. Le centinaia di operazioni condotte dalla Polizia Penitenziaria che hanno permesso il rinvenimento di stupefacenti, lo stanno a dimostrare. Perciò non ci voleva l’operazione condotta dai magistrati baresi contro il clan degli Strisciuglio con circa cinquanta arresti per capire che spesso vengono lanciate verso le celle all’interno dell’Istituto palline o involucri appesantiti, contenenti sostanze stupefacenti. Involucri che il più delle volte non raggiungono l’obiettivo e cadono nell’intercinta del carcere dove altri detenuti lavoranti tentano di eludere la vigilanza, cercando di recuperarla per farla giungere agli interessati”.
Tutto così facile? C’è da rimanere allibiti...
“Non bsta: altre volte dal lato di viale Papa GiovannI XXIII, sempre al carcere di Bari, vengono lanciati dei pacchettini che finiscono sui terrazzini adiacenti la prima sezione consentendo ai detenuti, attraverso rudimentali strumenti formati da mazze di scope a cui veniva attaccato uno specchio per localizzare questi involucri, di recuperarli usando scope e fili quasi come canne da pesca. Molte volte si è scoperta la droga od altro nelle suole delle scarpe, oppure ben occultate nelle scarpe, oppure negli orli dei pantaloni e di altri capi di vestiario. Classico è il caso di droga nascosta nel chewing-gum che, attraverso il bacio del saluto alla fine dei colloqui, transita dal familiare al detenuto e che poi viene subito inghiottito prima della perquisizione da parte del personale, per poi recuperarlo in seguito. Altro stratagemma usato è quello della posta in cui la droga è mischiata con la colla con cui vengono attaccati bolli, oppure in microgranuli ben dissimulati nelle lettere. Anche se non si è mai potuto appurare in maniera certa (ma ci sono le tantissime raccomandazioni in questo senso), la droga in carcere entra anche con lo stratagemma di bagnare jeans e magliette in una soluzione di acqua e droga, farla asciugare per poi consegnarla al detenuto che a sua volta, invertendo l’operazione e facendo evaporare l'acqua, riesce a ricavare la sostanza, oppure mischiata nelle vivande cotte che i familiari portano ai detenuti”.
“Purtroppo il problema potrebbe essere risolto alla radice se si consentisse alla Polizia Penitenziaria di lavorare con strumenti adeguati, e soprattutto con personale sufficiente, mentre i mezzi ed agenti penitenziari insufficienti. Da mesi si discute sulle intercettazioni, ma nessuno avanza la proposta registrare tutti i colloqui, sia visivi che telefonici, che i boss ed i loro scagnozzi effettuano con i loro familiari, nonché controllare la loro posta sia in arrivo che in partenza. Allo stato ciò ora avviene per qualcuno su disposizione della magistratura, ma rendere questo strumento utilizzabile sempre e comunque è necessario per ridimensionare il fenomeno. In questo modo diminuirebbe, se non eliminerebbe, la possibilità di dare ordini dal carcere, attraverso i familiari che vanno a fare il colloquio. Una situazione accertata dalle indagini, con il risultato che tanti delitti non potrebbero essere commessi”.
Scusi Pilagatti, voi siete sempre in prima linea, ma le vostre proposte restano sempre inascoltate…
“Spesso ci scontriamo con le Istituzioni il più delle volte assenti, anche se quello proposto dal Sappe riguarda la limitazione del diritto alla privacy con la registrazione dei colloqui in carcere, riteniamo che valga la pena tentare: si potrebbe senza dubbio raggiungere risultati molto importanti contro la riorganizzazione di clan decapitati, oppure lo svolgimento di azioni delittuose, sempre più spesso cruente. Tutti sanno che ciò nella maggior parte dei casi, avviene attraverso i collegamenti che dal carcere arrivano ai gregari, che aspettano solo di eseguire degli ordini”.
Francesco De Martino
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