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Missione Arcobaleno, finalmente si torna in aula per il processo

Dieci anni dopo scandali e arresti, a quasi diciotto mesi dai rinvii a giudizio e due anni prima che si prescriva anche il reato più grave, il peculato, ricomincia a Bari, per problemi di composizione del collegio giudicante, il processo sulle irregolarità legate alla gestione della Missione Arcobaleno. L’operazione umanitaria, come si ricorderà, fu voluta undici anni or sono dal governo D’Alema in Albania per sostenere i kosovari in fuga dalla loro terra bombardata dalla Nato per scacciare le truppe dell’allora leader serbo Slobodan Milosevic. A giudizio, dinanzi al collegio giudicante della Prima Sezione Penale, sono rimaste diciassette persone tra cui l’ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei ministri Franco Barberi, all’epoca dei fatti capo della Protezione civile. L’inizio del processo era previsto a febbraio dell’anno scorso, ma l'incompatibilità di buona parte dei giudici della sezione giudicante (che erano gip all’epoca dei fatti) non ha finora permesso di andare oltre la costituzione delle parti. L’udienza fissata dinanzi al collegio giudicante è stata rinviata a stamani e gli atti sono stati rimessi al presidente del tribunale di Bari, Vito Savino. E’ stato quest’ultimo a indicare i giudici compatibili a celebrare il processo, salvo altri imprevisti ormai all’ordine del giorno in questo procedimento penale infinito. Vista la complessità del procedimento è inevitabile che anche il peculato si prescriva prima della fine del dibattimento. L’ex ministro Barberi è accusato di associazione per delinquere assieme al suo segretario Roberto Giarola, al capo della missione Massimo Simonelli, al capo del campo profughi di Valona Luciano Tenaglia, al volontario della protezione civile Alessandro Mobono, e ad Emanuele Rimini, Luca Provolo e Antonio Verrico. Nei loro confronti si è costituita parte civile la presidenza del Consiglio dei ministri. A Barberi, a Giarola e a Cola, l’accusa contesta di aver ottenuto, abusando “di una fitta rete di rapporti personali intrattenuti con esponenti apicali della politica, del governo, del sindacato e della pubblica amministrazione”, la rimozione del prefetto Bruno Ferrante (“che si adoperava contro gli interessi dell’associazione”) dall’incarico di capo di gabinetto del ministero dell’Interno. Gli stessi imputati - secondo l’accusa – si adoperavano poi “per ottenere la nomina di Barberi a direttore dell’Agenzia protezione civile e quella di Cola a componente del Cda, sebbene Cola non avesse titoli per farlo”. Infine, all’organizzazione è contestato di aver favorito ditte amiche per l’aggiudicazione di appalti pubblici (divise per le forze di polizia) e in particolare di favorire l'attività della multinazionale americana "GorE". L'inchiesta sulla missione umanitaria portò, il 20 gennaio del 2000, all’arresto (per tre mesi) di quattro persone: Simonelli, Mobono, Tenaglia e la dipendente della protezione civile Silvia Lucatelli, tutti a giudizio. In un processo che probabilmente, a causa dei troppi imprevisti e intoppi procedurali, cambi di giudici inquirenti che decidono improvvisamente di candidarsi alle elezioni politiche o amministrative, forse non arriverà mai a sentenza, causa la solita prescrizione dei reati.

Francesco De Martino

 

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