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“Salvate quella tomba”

Venerdì 13 Maggio 2011 19:10

 Ritrovati a Ceglie del Campo i resti di un bambino vissuto più di 2000 anni fa. Ora la tomba sarà ricoperta d'asfalto.La notizia del ritrovamento continua ad essere nascosta ai cittadini. In più, le sconcertanti rivelazioni degli operai: « Siamo noi, e non gli archeologi, ad effettuare gli scavi! » 

  Dopo l'annuncio di ieri – in esclusiva sul Quotidiano di Bari – del ritrovamento archeologico dei resti di un bambino vissuto circa duemila e duecento anni or sono e del suo corredo funerario,  ritorniamo da Ceglie del Campo (luogo della scoperta) con le ultime rivelazioni della Sovrintendenza ai Beni Archeologici e le sconcertanti dichiarazioni della ditta che esegue i lavori di scavo, la stessa incaricata di effettuare la manutenzione della rete idrica, durante i cui scavi erano stati rinvenuti i reperti.  I responsabili della sovrintendenza, però, non confermano ufficialmente la notizia del ritrovamento « Temiamo che una conferma ufficiale possa attirare dei predatori di antichità »; preoccupazione che a noi sembra infondata in quanto, secondo indiscrezioni, tutti i reperti sarebbero stati portati già al sicuro dagli archeologi. Solo pochi resti della pavimentazione di una casa risalente al secondo secolo avanti cristo (probabilmente la stessa appartenete alla famiglia del bambino ritrovato), sarebbe ancora presente sul luogo del ritrovamento.  Le mattonelle circondano un foro nel suolo che –  come spiega la responsabile della Sovrintendenza ai Beni Archeologici, Dott.sa Ada Riccardi – serviva in passato da “vasca” per l'acqua piovana: segno di un antico sistema di canali per raccogliere l'acqua destinata all'utilizzo domestico.  Se la competenza scientifica è stata fornita dagli archeologi della sovrintendenza – i collaboratori Dott. Galeandro e Dott. Sapone – gli scavi non sono stati effettuati dagli stessi (come si sarebbe portati a credere), bensì dagli operai della ditta subappaltatrice, Impresa Marino, la stessa incaricata  di effettuare le opere di manutenzione dei tubi dell'acquedotto durante i cui scavi sono stati rinvenuti i reperti. Delicate procedure di scavo, che dovrebbero essere eseguite con cura per non danneggiare i reperti, non sono affidate a mani esperte, bensì agli stessi operai che avevano fatto lo scavo per la manutenzione dei tubi per l'acqua.  « Fosse solo questo, saremmo a cavallo! – confessa un operaio – La verità è che noi dobbiamo prenderci tutta la responsabilità delle operazioni di scavo. Gli archeologi ci guardano e coordinano, ma se rompiamo qualcosa la colpa è nostra ». Le dichiarazioni sconcertanti degli addetti ai lavori non finiscono qui.  « Tutti gli utensili che utilizziamo per riportare alla luce i reperti archeologici, comprese le casse dove vengono riposti i resti, non sono forniti dalla sovrintendenza, ma sono della ditta (un paio di casse sono state addirittura fornite da un abitante del luogo ndr). Per scavare i reperti antichi, poi, usiamo gli stessi arnesi che si usano per riparare i tubi dell'acqua ».  « Per evitare questo “fastidio” e per non ritardare i lavori – continua l'operaio – quando troviamo qualche reperto archeologico, non avvisiamo nessuno e “tiriamo avanti” col lavoro. A cosa serve riportare alla luce tutte queste antichità  – confessa con rammarico –  quando poi dobbiamo seppellirle di nuovo e nessuno potrà mai vederle?   ». Parole dure ma sincere, che riflettono la realtà dei fatti: se sul posto, al momento degli scavi, non ci fossero stati gli addetti della soprintendenza, probabilmente la tomba del bambino non sarebbe mai stata rinvenuta.  Ora, però, verrà ricoperta con della terra, proprio come ha detto l'operaio, e su di essa verrà  ripristinato il tratto di strada precedentemente rotto: niente lastra di vetro per mostrare i reperti, niente museo all'aperto, niente visite di turisti e scolaresche; niente di niente!  Ai cittadini di Ceglie non è dato conoscere nulla sui tesori che il sottosuolo dove vivono cela. Gli sguardi curiosi della gente e domande legittime come: « Ma che cosa c'è là sotto?  È vero che c'era un bambino?  È vero che avete trovato vasi e utensili di migliaia di anni fa? », vengono evitate con arrogante noncuranza da parte degli archeologi della sovrintendenza. « Mi raccomando a cosa scrivi su di noi quando fai l'articolo... non è che parli male della Soprintendenza, vero! », intimano. Io scrivo solo ciò che vedo...  E ciò che sento. « Sono solo diffamazioni! », tuona la Dott.sa Riccardi quando le racconto le “voci” che girano sulla soprintendenza a Ceglie del Campo. «  Noi non prendiamo mazzette per “chiudere un occhio” quando i costruttori privati realizzano case e palazzi. Lavoriamo sodo, noi, anche se non riceviamo quasi più fondi e siamo in perenne carenza di personale. Non abbiamo addetti necessari a tutelare le ricchezze del territorio! – poi con rammarico afferma – Noi della Soprintendenza, ormai, siamo una razza in “via d'estinzione”... ».  Estinzione o meno, resta il fatto che se noi del Quotidiano non ci fossimo interessati, la scoperta del ritrovamento della tomba del bambino sarebbe rimasta nell'oscurità. « La notizia del ritrovamento sarà pubblicata sulla rivista “Taras”, è la rivista della Soprintendenza, la trovi all'Ateneo di Bari o se vuoi puoi comprarla, costa 50 euro... », taglia corto un archeologo. Un prezzo accessibile a tutti, soprattutto al Cegliese medio che si accontenta di poco più di mille euro al mese (quando ha un lavoro).  Ho capito, gli archeologi vogliono tenere per loro la scoperta: chissà che il loro nome sulle pubblicazioni di archeologia non porti loro nuove opportunità di lavoro, di fare ricerca per qualche università, di fare carriera.  Prima di lasciarli, però, mi concedo un'altra domanda. « Avete sentito parlare dei cocci di vasi antichi ritrovati nei muri a secco? (A Ceglie ritrovare cocci di vasi antichi per le campagne è normale amministrazione  ndr) Si dice siano stati lasciati dai predatori di antichità: i vasi integri finivano sul mercato, quelli rotti nei muri ». « Si, lo sappiamo... alcune mura venivano edificate dagli stessi contadini: non capivano il valore dei vasi. Noi però non possiamo farci niente; non abbiamo intenzione di recuperarli: sono rotti... ». Pensavo che i cocci si potessero mettere assieme: ne ho visti tanti di vasi ricostruiti, nei musei; ma a quanto pare quelli della Soprintendenza ne sanno più di me. Meglio lasciar perdere... « Sembra una barzelletta – ironizza Gaetano Di Monte, esperto del territorio e della storia di Ceglie – prima si scava e poi si richiude tutto come se niente fosse. Invece di esporre al pubblico i ritrovamenti, si ricoprono con la terra e si costruisce sopra una strada ». A quanto pare qualcuno crede che la Storia non appartenga al popolo...

 

Mirko Misceo

 

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Ultimo aggiornamento ( Sabato 14 Maggio 2011 00:14 )
 

Commenti  

 
+2 #9 valeria 2011-10-31 16:06
è vero, le soprintendenze spesso non hanno i mezzi necessari, la ricerca archeologica spesso non è finanziata..troppe sono le cose occultate solo per fastidio, per comodità: perchè non ci sono fondi, perchè tanto non interessa a nessuno, e tantissime altre scuse. le abbiamo sentite mille volte. Ma mi fa piacere leggere che c'è ancora qualcuno che reclama al diritto di conoscere, di capire, di curiosare..magari bisognerebbe dare più voce a questa curiosità..
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-1 #8 Giacomo 2011-10-30 21:11
c'è anche da dire che oggi gli archeologi non lavorano più solo 'per' o 'nella' Soprintendenza, ma anche per terzi; ma in tutti e tre i casi la situazione economica di un archeologo non cambia, l'archeologia non fa arricchire nessuno, tranne i tombaroli e indiana jones; con questo chiudo la serie di commenti, non si tratta di polemica, ma di puntualizzare una situazione che è 'ignota' (vedi sopra) non solo a lei ma anche e purtroppo alla stragrande maggioranza degli italiani. Riguardo il comportamento tenuto dai colleghi sul cantiere non mi esprimo, sta alla loro coscienza e deontologia professionale aver operato bene, nel rispetto delle procedure scientifiche e adeguandosi alle condizioni del cantiere medesimo. A lei, rivolgo questa massima, "so di non sapere", la invito a cercare il Filosofo dalla cui mente tale affermazione è stata partorita, augurandole che diventi la sua massima di vita nella redazione dei suoi annuciati articoli sull'archeologia.
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0 #7 Giacomo 2011-10-30 21:01
se poi si aggiunge che il pagamento per tali prestazioni di lavoro per l'archeologo arriva se si ha fortuna dopo 30 giorni, altrimenti dopo 60 o addirittura 120 giorni, si comprende quanto sia difficile il mestiere dell'archeologo; quanto alla pubblicazione dei risultati, nessun archeologo libero professionista spesso dispone delle risorse economiche in primis (per pubblicare servono soldi) e della piena titolarità dei risultati delle indagini svolte (le soprintendenze accampano diritti e pretese spesso forti). Inoltre, se si rinviene una tomba durante la posa in opera di condotte idriche (o altri servizi), la priorità è l'utilità pubblica (acqua, gas, luce e strada servono a tutti): la tomba viene scavata, rilevata, disegnata, fotografata, asportati i reperti eventuali e poi se lo si ritiene necessario conservata con l'interro (così che future indagini programmate possano riportarla in luce); altrimenti distrutta; questa è la realtà, accade ovunque, Roma compresa, è la prassi
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0 #6 Giacomo 2011-10-30 20:47
Riprendo l'etimologia di 'ignorante', che effettivamente è 'colui che ignora, che non conosce, che non sa'; a tal proposito al gioranlista consiglio lo studio del volume di Andrea Carandini, 'Storie dalla Terra', il manuale, datato in verità ma sempre efficacissimo, sul quale si sono formati gli archeologi degli ultimi 35 anni me compreso; quanto all'archeologia "d'emergenza", essa consiste proprio nel salvataggio di un deposito archeologico (quali che ne siano la natura e la consistenza), nello scavare ciò che si può scavare con l'urgenza di preservare per lo meno il dato materiale, i reperti, qualora presenti; in tali situazioni, ovvero durante le azioni di movimento terra dovute ad opere pubbliche (legge sull'archeologia preventiva), il dato archeologico può essere indagato se si è fortunati (cioè se si è in presenza di un qualcosa di davvero eccezionale) per un massimo di 60 giorni, non di più, con il fiato sul collo di architetti e geometri di ditte inferocite per i ritardi...
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+3 #5 Giovanna 2011-10-30 09:38
Mi riallaccio al commento qui sopra. Chi ha ascritto questo articolo non sa veramente nulla dello stato in cui versa l'archeologia oggi. Nessun archeologo può mai arricchirsi con uno scavo o con una pubblicazione, perchè il più delle volte non ha neppure uno stipendio! Le Soprintendenze non hanno finanziamenti e neppure personale; condurre uno scavo è dispendioso e tutelare quello che si è scoperto ancora di più! Realizzare pavimenti in vetro come si dice nel brillante articolo qui sopra richiede soldi che non ci sono! Non è un'operazione da quattro lire! Purtroppo, ed è una verità amara, è meglio non scavare che farlo, perchè si rischia di riportare in luce testimonianza che non potranno essere valorizzate e che verranno esposte all'incuria e al degrado!!! Un consiglio: prima di scrivere di cose che non si conoscono, documentatevi!! !!
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+1 #4 Mirko Misceo 2011-06-26 19:42
Personalmente, ha ragione a dire che sono un "ignorante". Effettivamente ignoro molto, anzi moltissimo, del funzionamento del modo di fare archeologia della Soprintendenza di Bari. Per questo, anche stimolato dalla sua puntuale partecipazione, annuncio una nuova serie di miei articoli che indagheranno su questo "modo di fare archeologia". Per informare i cittadini, come di diritto.

Mirko Misceo
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0 #3 Mirko Misceo 2011-06-26 19:41
Ritornando sul merito dell'articolo. Lei parla di archeologia come uno che se ne intende, usa termini propri di chi è "del ramo". Non sarà per caso un archeologo della soprintendenza? Scherzi a parte. Se, come lei tacitamente conferma, il metodo di lavoro nell'ambito dell'archeologia di emegenza (perché di emergenza poi, solo per il fatto di non essere stata pianificata?), nella provincia di Bari, è quello da noi descritto, allora c'è qualcosa che non va. Che non deve e non può andare, perché in questo modo non solo non si garantisce la salvaguardia delle opere (gli operai fanno "movimento terra", ha detto bene, non sono archeologi), ma non si tutela nemmeno il diritto alla conoscenza dei cittadini. (continua...)
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+1 #2 Mirko Misceo 2011-06-26 19:40
Gentile maross (spero non sia questo il suo vero nome), la ringrazio per il commento all'articolo di cui sopra. Le opinioni e l'attenzione dei dei lettori sono il miglior contributo al nostro lavoro.
Tutte le informazioni contenute in ogni articolo del nostro quotidiano sono il frutto del lavoro di giornalisti che, in presa diretta sul teritorio, riportano "ciò che vedono e sentono", riportano interviste - quindi la voce dei protagonisti -, naturalmente, guidatati dalla ragione, dagli ideali, dallo spirito critico e dalla coscienza. Noi ci mettiamo il nome sotto ciò che scriviamo: niente pseudonomi per chi si assume la piena responsabilità di ciò che scrive. (continua...)
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+1 #1 maross 2011-06-26 05:59
chi scrive non ha la più pallida idea di come si lavori nell'ambito dell'archeologia d'emergenza, dell'assenza di mezzi e fondi, della necessità di operare rapidamente e scientificament e nel recupero dei dati nel disinteresse più totale per il valore storico di quanto emerge. Ma tant'è...
Da aggiungere che è assolutamente normale che lo sterro continui ad essere affidato agli operai dell'impresa esecutrice, sotto la direzione degli archeologi, che intervengono solo nelle fasi più delicate (non fanno MOVIMENTO TERRA NELLA VITA) e nella fase di documentazione.

ignorante è chi non sa...
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