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Piove sempre sul bagnato. Lo scorso gennaio su Haiti, che è uno dei posti più poveri della terra, si è abbattuto un sisma devastante. Oltre 250mila i morti e tre milioni i senza tetto. In questi casi, chi i più danneggiati se non i bambini? Toccati da questa emergenza, 34 autori pugliesi rispondono all’appello di Santa Vetturi (presidente dell’Associazione Culturale Virtute e Canoscenza) mettendo le loro opere – poesie, racconti, foto e dipinti – al servizio dei bambini haitiani. Lo hanno fatto dando alle stampe “Haiti chiama Bari”, un volume edito da Levante Editori con le cui vendite si spera di donare lettini all’Ospedale pediatrico Saint Damien della Fondazione Francesca Rava in Haiti. Auguriamo all’iniziativa il massimo successo. Venendo al libro in sé, al termine della lettura ci siamo interrogati su quale sia la migliore delle tre sezioni. Nel riconoscere calore e tensione nobile alle immagini e alle liriche ospitate, ci pare che l’ultima parte, quella dedicata ai racconti, meriti la palma del successo. E la merita per un fatto di coerenza tematica. Coerenza tematica qui espressa senza fastidiosi didascalismi ; Haiti, infatti, qui non viene nominata, come non si parla di terremoti. E’ piuttosto il tema della sofferenza a tenere banco. Per esempio Nicola Filieri (“Senza un perché”) narra di una sclerosi a placche sopravvenuta a seguito del radicarsi di un senso di colpa. Mario Giordano (“Macchine e tamponamenti”) descrive l’inermità dei bimbi ricoverati in strutture ospedaliere dove latitano mezzi, buona volontà e sentire umano. Giovanni Lafirenze (“L’aquila 23-24/7/09) si sofferma sulle ferite inferte dall’uomo alle cose, come un’area di L’Aquila destinata alla costruzione di palazzine antisismiche e dove, sepolte, giacciono le “belle addormentate” (ovvero due bombe d’aereo della seconda guerra mondiale). Patrizio Lippolis in un estratto da “La figlia del vento” parla di Monteulivo, “la terra dell’accoglienza, la terra della rinascita negata” dove trovano approdo e da tutte le parti del mondo bambini senza fortuna. Manlio Ranieri (“Fenomeni da capannone”) dipinge tutta l’amarezza di una favela e di un capannone della morte, uno di quei luoghi tossici dove per un paio di dollari si lavora 14 ore al giorno per l’opulenza di un Occidente insaziabile. Infine, Patrizia Sollecito (“Una finestra spalancata”) si sofferma sul tema della ‘solidarietà da cancro’ fra donne mentre Tinta (“La donna dal passo ondeggiante”) denuncia sempre al femminile la solitudine da diversità acquisita, ancora per malattia. Chiude il volume un reportage fotografico sulla devastazione haitiana. Si tratta di immagini a colori scattate da dilettanti. Le preferiamo nella loro autenticità all’enfasi ruffiana e commerciale del bianco/nero che nella stessa circostanza è stato usato da ‘maestri’ della fotografia.
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