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Regia teatrale, l’arte impalpabile

Venerdì 30 Luglio 2010 19:16

A colloquio con Giuseppe Convertini, teatrante pugliese il cui prossimo allestimento (“Sante”) è vicino al debutto

In teatro, una delle domande più difficili a cui rispondere è questa : in che consiste il ruolo del regista? Affatto plateale, a differenza di quanto avviene con interpreti, scenografi, costumisti e tecnici, il compito della regia si chiude allo schiudersi del sipario sulla prima. Poi, al regista non resta che riflettere sul risultato di un lavoro spesso impalpabile, fatto di dettagli, raccordi, piccole invenzioni, cose discrete e in apparenza innocenti però decisive, frutto d’un’osservazione protrattasi per l’intera durata dell’allestimento e tutte determinanti nel contribuire alla definizione di un ‘colore’, quel quid inafferrabile che nello spettatore infonde la sensazione del ben fatto, del ben riuscito. Un lavoro difficile, talora portato a termine al prezzo di incomprensioni, tensioni, litigio. Rischio tanto più elevato quanto maggiore è il numero degli attori impegnati. Al di là di un fatto di costi, forse pure per questo oggi nessuno vuol dirigere più di tre, quattro interpreti. Per cui, mettere in scena un testo che coinvolga 26 (!) attori ha del temerario. Abbiamo incontrato uno di questi temerari. Giuseppe Convertini vive e lavora a Roma. Essendo pugliese, periodicamente torna nella terra madre, dove d’estate non manca di lasciare il segno nei termini d’un laboratorio teatrale (“Il Sud in movimento”) giunto quest’anno alla quarta edizione. “Sante”, scritto dallo stesso Convertini e che andrà in scena al Castello di Carovigno il 4 e il 5 agosto, vede in scena due sorelle del nostro Mezzogiorno che nel secondo dopoguerra narrano il proprio vissuto mettendo al centro del loro racconto l’endemica condizione di subalternità della donna. Tanto rievocare innesca un fitto movimento di personaggi tra presenza reale in palcoscenico e presenza virtuale in video. Allora, Convertini, una bella fatica, vero? – “Il teatro è sempre fatica  ma lavorare con gruppi imponenti non mi crea particolare difficoltà. A parte il fatto che nel mio lavoro godo dell’ausilio della mia collaboratrice Diana Fantinuoli, ho acquisito l’attitudine a lavorare con cast piuttosto folti moltissimi anni fa, quando per sbarcare il lunario facevo l’animatore turistico ; un’esperienza assai formativa”. – Ma gestire tanti attori vuol dire avere poca possibilità di concentrarsi su ciascuno di essi... – “Per questo io aspetto da ciascun interprete un apporto personale. Non mi dispiace se un attore fa diversamente da come suggerisco se questo è ciò che egli sente. Cerco di prendere ciò che già esiste in ciascun interprete. Insomma, cerco all’interno di un movimento corale la diversità del gesto singolo”. – E questo meccanismo scatta sempre? – “Non sempre. Ma quando scatta può anche succedere che si vada oltre il teatro, il testo, lo spettacolo. Allora mi ritrovo davanti ad un’umanità non prevista, sconosciuta... Sono cose che possono creare imbarazzo, anche attriti”.In quel caso?... – “Oh, tutto si risolve. L’andare in scena ha sempre un effetto catartico”.

 

italointeresse@alice.it

 

 



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