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Essere attore, fare l’attore...

Venerdì 03 Settembre 2010 12:35

Di sangue altamurano, Riccardo Monitillo ha contribuito al successo di “Ciechi”, un lavoro di Tenerezza Fattore che è adattamento di “cecità” di José Saramago

 A cavallo tra giugno e luglio al Teatro Eliseo Patroni Griffi di Roma ha raccolto molti applausi “Ciechi”, un lavoro di Tenerezza Fattore che è adattamento di “Cecità”, romanzo di José Saramago. Nel successo c’è un pizzico di casa nostra. 

Fa infatti parte del cast – lo spettacolo adesso è in tournèe – Riccardo Monitillo, giovanissimo attore romano ma pugliese nel sangue (i genitori sono altamurani). Nell’opera un misterioso “mare di latte” acceca la maggior parte degli abitanti d’un’immaginaria nazione. Impreparati ad affrontare l’epidemia, i governanti rinchiudono in un manicomio i contagiati. Ma all’interno dell’improvvisato lazzaretto la situazione evolve in modo paradossale... Riccardo, parlaci un po’ di questa messinscena.  – “L’azione si svolge in uno spazio scenico affollato, modellato in un ritmo che intende viaggiare al passo con i sobbalzi e i silenzi dei nostri stessi animi. Un’allegoria apocalittica per ragionare sulla vita e sulla morte e raccontare le malattie sociali, facendo della responsabilità personale la sua speranza e della pietà umana la sua poesia. A questo proposito mi vengono in mente queste parole di Saramago: Purché la luce della ragione e del rispetto umano possa illuminare i tetri spiriti di coloro che si credono ancora, e per sempre, padroni del nostro destino”. – Quale la tua opinione personale? – “Non nascondo che “Ciechi” è uno spettacolo forte. Personalmente questo testo è stato come una vanga di aratro che è affondato dentro di me sollevando zolle del mio Io-Uomo e poi del mio Io-Attore che da tanto non smuovevo. Mi ha fatto vacillare, mi ha messo in discussione su molti dei miei aspetti privati e lavorativi. Penso che tutto ciò non sia arrivato a caso ai miei 30 anni.  Ritengo, in generale, che l’Uomo si sente vivo quando si mette in discussione. Per chi come me è attore e non fa l’attore tutto ciò è linfa vitale. E non sempre si scoprono cose belle quando ci si scava dentro. Ma io come attore mi sento un nomade dell’espressione e tento di compiere il mio itinerario ai confini della parola, fino alle estreme latitudini del bene e del male. Ma prima dell’Attore c’è l’Uomo.” – A proposito del concetto di attore, condividi l’opinione di chi classifica gli interpreti come operatori del sentimento? – “Più che operatore, che mi dà di call center, preferisco definirmi artigiano. Penso che essere attore sia molto diverso che fare l’attore. La prima è una sensazione che trova uno scopo comune non tanto nel prodotto–spettacolo quanto nel processo–spettacolo; la seconda attività può essere effettuata da chiunque. Essere attore è per me sentirmi attraversato da energie pulsionali che mi pervadono sia perché sollecitate da stimoli esterni sia perché presenti nel mio io più profondo. Naturalmente queste energie e questi stimoli possono e devono essere potenziati attraverso l’interazione nel lavoro: sulle tavole di un palcoscenico. Recitare non è per me citare parole altrui ma verificare costantemente la mia presenza in vita. In teatro cerco di esercitare lo sguardo in equilibrio fra il tragico e il comico, per comprendere il loro discrimine e osservare la condizione umana con curiosità anche quando non mi appartiene”.

 

italointeresse@alice.it

 

 

 

 



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