Pinocchio, l’etnico che piace |
| Lunedì 06 Settembre 2010 11:42 |
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Sollecitata da un’idea di Gianluigi Carbonara, la giovane teatrante nostrana personalizza il capolavoro del Lorenzini trasferendo (camuffata) la nota vicenda nel continente nero. “Pinocchio in Africa”, che giovedì ha debuttato al Centro Jobel di Trani, è la storia di Filippo, un bambino che in seguito ad un naufragio si ritrova solo su una spiaggia africana. Attraverso vicissitudini che occhieggiano a quelle della celebre marionetta il piccolo naufrago finirà col realizzare valori come famiglia ed amicizia, solidarietà e tolleranza, valori perduti, negati o taroccati nella terra d’origine, quest’Occidente opulento e falso, ingordo e infelice. Il miracolo avviene perché Filippo, sconvolto dalla tragedia ha perduto la memoria. Questo ritrovarsi col pensiero ‘vergine’, ovvero depurato dei falsi miti in cui oggi si forgiano milioni di fanciulli dell’era globale, lo rende idoneo ad un percorso rieducativo dal quale esce ‘cresciuto’ e adulto nel senso più sano del termine, allo stesso modo in cui Pinocchio al termine della sua storia si ritrova bambino in carne ed ossa. Felice questa rilettura della Germinario, lettura che trova buona eco nel colore etnico in cui l’allestimento è immerso (belli i costumi e appropriati i momenti coreutici). All’altezza della situazione il cast composto da Arianna Gambaccini, Michele Cipriani, Nicola Conversano, Barbara Spadavecchia, Stefania Bove e Maria Elena Germinario (luci : Gianluigi Carbonara ; suono e organizzazione : Vincenza Carbonara). Quello di giovedì era un debutto, vanno perciò considerati con indulgenza quegli impacci e quei tempi morti che sono andati a scapito dei momenti comici. Inconvenienti acuiti anche dalla scelta registica di approfittare dello spazio enorme che il Centro Jobel offre all’aperto. Piuttosto che guadagnarne, tracimando in platea l’azione si è impoverita per il senso di dispersione che trasmetteva. “Pinocchio in Africa” potrebbe raccogliere consensi maggiori se riproposto in uno spazio raccolto e venisse anche un po’ ‘asciugato’. Settantacinque minuti di spettacolo sono molti per bambini, e tra quelli di giovedì sera abbiamo colto segni d’impazienza soprattutto nel finale quando in coda allo spettacolo la Germinario ha lanciato un messaggio morale dovuto ed edificante ma che ha trovato i piccoli spettatori non più attenti. Il messaggio è comunque pertinente considerando la cifra della messinscena dove non si perde occasione per lanciare frecciate contro il sistema globale e denunciare lo sfruttamento minorile, la tratta degli immigrati. Messe così le cose, “Pinocchio in Africa” sembra esemplificare l’antico motto (“Castigat ridendo mores”) ; motto attenersi al quale è d’obbligo se di mezzo c’è il teatro per ragazzi. italointeresse@alice.it
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