Oggi sposi” di Luca Lucini, al Galleria, si compone di quattro storie intrecciate imperniate su altrettanti matrimoni. Questo fornisce il destro al regista e ai tre sceneggiatori (Bonifacci, Brizzi e Martani) d'imbastire un'opera basata su una serie di “cliché” vecchi e nuovi: del resto, l'argomento matrimonio ben si presta alle situazioni risapute. Ciò che prevale è il connubio tra antico e moderno, desueto e attuale. Si pensi alla cerimonia che riguarda il finanziere colluso con la mafia (Francesco Montanari) e la “soubrette” Gabriella Pession. Non si amano, con sollievo di entrambi, e concepiscono le nozze come un fatto pubblicitario (lo stesso officiante deve piegarsi alle esigenze di fotografi e cineoperatori). La scena disgusta per il cinismo e la corruzione dei sentimenti che si evidenziano. Il tutto viene mostrato in modo compiaciuto e spinto. Ci si crogiola e non si trasmette amarezza: siamo nei pressi della mentalità dei film di Boldi e De Sica (“Natale sul Nilo” ha pure uno sceneggiatore in comune). Come contrappeso v'è l'episodio delle nozze di due giovani poveri, la soave Isabella Ragonese e l'arguto Dario Bandiera, portatore di una comicità riflessiva alla Ficarra e Picone. Dice a un certo punto: “Non sono mafioso, sono precario”. Le trovate a cui devono ricorrere per sposarsi senza spese eccessive, con 72 invitati dalla Sicilia, sono la parte più divertente del film (vi si avverte sincerità e inventiva). L'episodio che ha per protagonisti Carolina Crescentini, Renato Pozzetto e Filippo Nigro si basa sul vecchio tema, già plautino, del ricco anziano scornato nel suo desiderio di sposare una giovane che poi sarà impalmata dal figlio. Nell'ambito di questa tematica plurisecolare la Crescentini è fascinosa nel ruolo di seduttrice interessata al denaro. Questo episodio si avvale, in modo ruffiano e propagandistico, del personaggio del P.M. (il figlio, Filippo Nigro). Ci sono due aspetti: uno è quello dell'imbranato e timido, che alla fine riesce a conquistare la bella (tema vecchio, e Nigro nel suo rigore morale assomiglia a un personaggio di Alberto Sordi). Un altro aspetto, modernissimo, contribuisce ad alimentare la campagna, tutta italiana, contro i pubblici ministeri. Questi vengono tratteggiati come onnipotenti e tirannici, dal potere debordante, non ultimo dei quali quello di poter utilizzare la polizia a proprio uso e consumo. Sappiamo che la pubblica accusa si avvale della polizia ma non si sostituisce ai dirigenti della Questura. In questo film, molto discontinuo, eterogeneo e divertente solo in dosi minime, alla contemporaneità della riflessione politica e sociale (anche in malafede) si abbina un vecchio genere cinematografico che credevamo sepolto per sempre. Alludiamo alla cosiddetta “commedia pecoreccia” che si riferisce all'episodio pugliese ambientato a “Morticola”, un borgo sperduto, dal nome che sembra una parolaccia, in cui campeggia Michele Placido (affiancato anche da Nicola Pignataro, vessillifero di una pugliesità bonaria e bonacciona). Bonaccione non è però Placido che esprime le enormità caratteriali di un personaggio autodefinitosi “incazzuso”. La primitiva e selvatica contrada di Morticola (peggio della peggiore Ciociaria di un Manfredi) serve come contrasto-integrazione con la sontuosa ambasciata indiana a Roma. L'episodio, infatti, s'incentra sul matrimonio tra Luca Argentiero, poliziotto pugliese nella capitale, e Moran Atias, fascinosa attrice israeliana che impersona l'indiana, figlia dell'ambasciatore. Questa sezione della pellicola, oltre ad accontentare un pubblico volgarotto, serve a riproporre, tra qui pro quo alla Scarpetta e turpiloquio, l'incontro-scontro tra culture e mentalità (il pranzo dei “buzzurri” genitori dello sposo, a Roma, fa pensare ai finti nobili di “Miseria e nobiltà”). Lunetta Savino si ritaglia il ruolo della moglie buona e acculturata che cerca di smussare la cafonaggine del marito. Questo episodio, infine, celebra uno stereotipo sempre più invasivo nel nostro cinema: quello della Puglia, arrivando al punto di far parlare Luca Argentiero – piemontese – con un pesante accento apulo-meridionale. “Oggi sposi” non ha la levità di “Ex” di cui imita la struttura a incastro del mosaico narrativo. Il film, infine, mostra di nutrire ambizioni sbagliate, rivelandosi opera costruita con diversi ingredienti che mal si amalgamano. Dice bene Oscar Iarussi: “'Oggi sposi' non rinverdisce i fasti della commedia all'italiana, cui ambirebbero gli autori, perché l'ammiccare all'attualità resta appunto tale, strizza l'occhiolino, allude, senza coltivare la vena amara di quel genere che rese l'Italia giustamente apprezzata nel mondo”.
Gaetano D'Elia
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