Il tango non è ‘ammuina’ |
| Venerdì 17 Dicembre 2010 20:31 |
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Chissà che pubblico si aspettavano. In generale le cose di Giancarlo Sepe ‘tirano’, ma anche il pubblico ha il suo istinto. E questo “Napoletango”, a pelle, non convinceva nessuno (come poi i fatti hanno dimostrato). Per cui, in luogo di un Petruzzelli gremito, questa produzione Nuovo Teatro Eliseo / Napoli Teatro festival Italia ha raccolto non più di un cinquecento spettatori, ovvero quanto sarebbe bastato a gremire un Piccinni e regalare almeno il colpo d’occhio del tutto esaurito. Ma anche se il lavoro di Sepe, avesse riempito il gran Politeama, lo spettacolo sarebbe rimasto circoscritto alla cornice di folla. Proprio così, all’enfasi di questo ‘musical latino-napoletano’, il pubblico barese non ha abboccato, tributandogli al termine un applauso non più che cortese. Troppa la carne messa a fuoco dagli Incoronato, questa famiglia conosciuta a Napoli per la passione per il tango, passione che spinge una ventina di giovani e meno giovani ad esibirsi in performances consapevolmente approssimative all’interno di caffè, stazioni ferroviarie, circhi, palestre. Drammaturgicamente, “Napoletango” è la storia di una morra di guitti da dopoguerra che in un clima da sfollati e pezze al fondoschiena sogna di mettere in piedi una compagnia di tango. Il sogno alla fine si ‘corona’ e, teatro nel teatro, la prova generale di un possibile debutto chiude lo spettacolo. Messa così sembra tutto semplice, in realtà il percorso è affatto lineare. “Napoletango” procede per meandri così involuti che a furia di guardarsi allo specchio si smarrisce. Diventa allora confuso, inafferrabile e acquoso, sa di esagerato, di arruffone e di gettato in faccia, specie quando lo spettacolo tracima in platea a carpire consensi. Qui si parla con insistenza di tango ma il tango non si vede e, soprattutto, non si sente. Il suo è sentimento che latita, non va oltre un odore vago, sa di sogno velleitario. A sostituirlo è una ‘ammuina’ tanto ‘vajassa’ e partenopea quanto inutile. Non tutti gli innesti funzionano. Il tango attecchisce a Napoli nella stessa misura in cui possono attecchire a Buenos Aires tammurriata e tarantella. Nelle note di regia si parla di “inno alla vita senza i freni della cultura borghese”, formula verbale astutamente fuorviante che sa di alibi con cui spacciare per pregi limiti ostentati con sfacciataggine. – Voltata questa pagina, pensiamo a quanto il cartellone ci riserva tra il 14 e il 16 gennaio, quando sul palco del Piccinni sarà di scena “Cuore. Come un tamburo nella anno di scena”, un lavoro di Roberto Corradino e Antonio Carallo prodotto da Reggimento Carri. Lo spettacolo, che è un lavoro su un classico della letteratura italiana, vuole spiegare l’infanzia del nostro paese, la sua adolescenza promettente e la maturità zoppa. italointeresse@alice.it
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