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Dino Loiacono e Pupetta, due facce della stessa medaglia

Giovedì 09 Febbraio 2012 17:16

Dino Loiacono, conosciuto dai cittadini pugliesi come Pupetta, è un uomo sensibile, affascinato dall’universo femminile

. Con il suo spettacolo “Ora tocca a me”, in scena al Teatro Duse, rappresenta la vita, quella autentica e cruda, fatta di tradimenti e compromessi oltre che di sani valori e di sorrisi. Pupetta è una madre, un’amica, una moglie ed una suocera, ma prima di tutto è una battagliera, che prende la vita per capelli, che lotta contro una società che schiaccia.

Chi c’è dietro Pupetta?

Ci sono tante donne messe insieme. Tu pensa che per strada senza rendermene conto, mi incanto guardando le donne, perché l’universo femminile mi affascina e mi sorprende. Prima ero un commerciante, avevo molti contatti con le donne, ho  imparato a conoscerne tutti gli aspetti e il loro modo di relazionarsi con le altre persone. La donna mi sorprende e mi piace. Ad esempio, quando entravo in una boutique con mia moglie, mi piaceva osservare le donne appartenenti a ceti diversi, il loro modo di comportarsi in maniera del tutto differente. Ho lavorato anche in un laboratorio fotografico e anche lì ero sempre in mezzo alle donne, mi piaceva trascorrere del tempo con loro e loro amavano confidarsi con me. Ho avuto sempre molta facilità ad intrufolarmi nel loro animo. Sono un uomo con una sensibilità più spiccata rispetto agli altri. A volte la gente dimentica che io sia un uomo, pensa davvero che sia una donna, anche perché ho i lineamenti più delicati.

Cosa pensi del personaggio di Pupetta? E quali sono gli aspetti che hai in comune con lei?

Non ho nessun aspetto in comune con lei, a parte quella sensibilità spiccata. Ad esempio, quando mio figlio deve fare le analisi, sono sempre molto preoccupato e ansioso, perché penso che un genitore non debba mai sopravvivere ai propri figli. Vorrei tanto essere Pupetta, ma non lo sono. Pupetta prende la vita per i capelli, è molto forte. Anche io sono forte o meglio sembra che io lo sia ed è giusto che la mia famiglia lo creda, ma in realtà sono molto sensibile. Mi piacerebbe essere Pupetta, anche solo per i tanti capelli che ha, mentre io non ne ho. Ai miei tempi è stato difficile perdere i capelli, oggi si usa portare un taglio corto, ma quando ero giovane, le cose erano un po’ diverse e per me è stato un vero problema dovermi arrangiare con quei pochi capelli che avevo.

Cosa pensi della città di Bari?

Bari mi piace come città, è la città in cui sono nato. Penso che i cittadini baresi siano proprio come me, che abbiano difetti, ma anche pregi. E penso anche che, come in tutte le città, ci siano elementi buoni ed elementi cattivi. Siamo un popolo che si inventa la vita.

Che tipo di rapporto hai instaurato con i tuoi fans? E cosa ti dicono quando ti incontrano per le strade della città?

Pupetta è la suocera, la madre, la zia, l’amica di ognuno. Loro mi riconoscono in tutto questo.

E come è nato il personaggio di Pupetta?

35 anni fa, in radio facevamo Pupetta e Checchina, oltre a Michelone, un tipo scemo e Ludovico. Dei vecchi personaggi siamo rimasti solo in due, Pupetta e Ludovico. I nomi dei personaggi non erano casuali, infatti mia madre si chiama Pupetta e lo zia di questo mio amico, si chiamava Checchina. Tutto è iniziato così, per caso. Penso che nella vita, tutte le cose più importanti nascano per caso, poi puoi anche diventare Kevin Kostner. La gente pensa che sia tutto studiato, ma all’inizio non lo è, poi lo diventa. Nei 25 anni in cui sono stato fermo, mi hanno sempre cercato, ma non ho mai voluto tornare a recitare, perché avevo moglie e figli. Poi 30 anni fa, fare la donna per un uomo, creava dei problemi. Bari era più chiusa, oggi invece la città è cambiata, anche se per il 75% dei pugliesi io sono un omosessuale. Ho capito che per fare bene la donna non devi essere omosessuale, perché si nota il desiderio che hai di esserlo e non sei credibile. Non ho niente contro gli omosessuali, ma non li ho più inseriti nei miei spettacoli, perché alla fine mi sono sempre ricreduto. Dopo 25 anni di silenzio, mi invitarono nuovamente in radio e poiché mi era sempre piaciuto come ambiente accettai, purtroppo però, ben presto mi resi conto che non era più la radio di 35 anni fa, era diventata fredda e asettica. Successivamente capii che se desideravo tornare alla ribalta in campo artistico barese, la radio non mi sarebbe servita a niente. Quando mi proposero di fare tv, rimasi un po’ spiazzato perché ritenevo la radio più facile, ma ci provai ugualmente e grazie a quell’esperienza, capii che la tv ce l’avevo nel sangue. Nonostante fossi un dilettante, compresi subito quali fossero i meccanismi. Così come anche nel teatro.

A cosa stai lavorando attualmente?

In teatro stiamo presentando lo spettacolo “Ora tocca a me”. E ‘ una commedia che tratta temi molto importanti, come la malasanità, la malattia, la famiglia e i tradimenti. Una commedia con significati che vanno ben oltre la semplice risata. Ho tante altre idee per la testa, mi piacerebbe portare in qualche emittente locale un progetto: la Famiglia Adams in chiave comica. Un altro mio chiodo fisso, è quello di riproporre in chiave barese “I promessi sposi”. Più che fare il personaggio, mi piacerebbe fare il regista e l’autore e spero di realizzare qualcuno di questi progetti.

Qual è stato il tuo percorso di vita?

Fino a sette anni fa, facevo il commerciante, un lavoro che mi ha fatto stare bene economicamente e che ho sempre svolto con piacere, perché ero a contatto con le persone. Però poi è andata male, così ho pensato di abbandonare quel mestiere, perché sapevo che non mi avrebbe portato più a nulla. Circa 30 anni fa, così per scherzo, andai in radio, dove insieme ad alcuni miei amici, raccontavo quello che accadeva. A quei tempi la radio era locata in un appartamento vuoto, con una cucina, un paio di piatti e un registratore antico. Quando arrivò il telefono fu una grande novità, squillava in continuazione. Visto il successo in radio, iniziammo a fare degli spettacoli con un gruppo che si chiamava “Pane e cipolla”, spettacolo che richiamava un sacco di gente ed anche macchine della polizia. La nostra prima rappresentazione avvenne al Jolly Hotel e successivamente, in tanti altri locali. Tutto durò 5 anni, poi mi sposai e mia moglie, che all’inizio mi accompagnava e si divertiva, mi disse che non voleva che continuassi con questi spettacoli. Le donne sono tutte uguali.

Hai tre figli, due ragazze ed un maschio. Che tipo di rapporto hai con loro?

Ho una moglie stupenda e con lei siamo stati sempre molto presenti in casa. Le due donne si sono sposate. Una ha 32 anni ed ha una bambina di 9, che è uno splendore. L’altra invece ha un maschietto. Mi piace sapere sempre tutto di loro, cercare di esserci e questo accade anche con mia madre che è vedova e con i miei fratelli.

Come ti vedi in un prossimo futuro?

Non mi parlare del futuro che mi dà fastidio. Fra venti giorni compirò 60 anni e mi sto facendo “ na cap d chiant” (una testa di pianti). Quando sono arrivato a 40 anni, mi ha dato fastidio, quando sono arrivato a 50, mi ha dato molto fastidio. Ho festeggiato solo perchè il ristoratore mi doveva dei soldi e così ho portato tutta la famiglia a festeggiare. Ora che sto per compiere 60 anni non ho proprio voglia di fare festa, ma poi penso che l’importante sia viverli bene. Sto andando verso la fine della vita e non mi va di pensarci. Vorrei arrivare alla pensione per avere una sicurezza economica, che è una cosa che mi ha sempre portato pensieri e preoccupazioni, perché vorrei essere un sostegno per la mia famiglia. Ho come punto di riferimento mio padre, morto a 77 anni, in sei mesi, anche lui aveva paura della morte, ma era un uomo forte. A volte mi capita di pensare che se dovessi vivere quanto ha vissuto lui, avrei ancora altri 17 anni davanti a me….” Ja cambà nald e picc”.

Nicole Cascione

 

 

 

 



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