Il tarantismo ha trovato denigratori o ‘rilettori’ dello stesso fenomeno anche prima del Novecento. Sopratutto il clero fustigava queste credenze ravvisandovi pericolosi avanzi di paganesimo. Di qui la necessità di condannare dall’alto dei pulpiti il ricorso alle ‘danze di liberazione’. Ma una volta un alto rappresentante del clero dovette ricredersi in proposito e a proprie spese. Giuseppe Chiaia, rutiglianese anticlericale vissuto nell’Ottocento, prende un breve notizia lasciata da Epifanio Ferdinando e relativa al tragicomico caso occorso nel Seicento a Mons. Giovan Battista Quinzato vescovo di Polignano e la riscrive tra il serio e il faceto : Il Quinzato, venuto da “una provincia subalpina immune da codesti morbi”, considerando che “nell’affare de’ balli frenetici e scollacciati” vi entrasse Satana e visti i risultati modesti raccolti tra omelie e pastorali, “pensò tentare una prova terminativa, solenne”. Fattosi portare da un contadino “un canestro di ragni ottogambe, a moro gelso segmentato, glabro-villosi, di quelli reputati più malvagi”, al cospetto del popolo se li fece “appiccare dal suo barbiere come un largo sanguisugio dietro la schiena, sulle braccia, sul petto, per dovunque”. All’incredulità e all’inorridimento dei paesani il vescovo si manifestava “calmo e sorridente come Daniele nella fossa... Ma passò l’angelo, dice il nostro popolino, e disse amen”. Dopo pochi minuti il temerario prelato cominciò a lamentare un bruciore sul petto dove si era fatta una “chiazza rossa orlata di bruno”. Monsignore chiede aiuto, “la curia va sottosopra, son chiamati medici a consulto”, ma non esiste rimedio che tenga. “Il Reverendo... tarantolò come il più semplice villanzone di Puglia a tutto scapito s’intende de la ambrosiana sua austerità”. Sotto il palazzo vescovile, incuriosita e ghignante, “la cittadinanza stette assembrata in permanenza come a la vigilia di una rivolta”. “Se non balla, muore!” si bisbigliava per le botteghe e per le piazze. Alla fine, “albescente il terzo dì”, il Vescovo s’arrese. “Levatosi di letto camicia e brache, disse : suonatemi!”. Arrabattata allora “un’orchestrina senza spanto” tra chierichetti e frati del vicino convento di S.Vito, Monsignore si mise “ritto come un pino a prillare in punta, punta e tacco, a spiccar salti come un giovane cavriolo su e giù per la vasta sala dell’episcopio, braccia tese in alto e dita schioccanti”. Immediatamente dopo “la scalmana” il Vescovo si riebbe “e da quel giorno nefasto tenne in alto conto il malvezzo pugliese”. Forse il Chiaia esagerò esercitando a suo modo “una sorta di letteraria vendetta del liberale contro la Chiesa e del pugliese contro i nordici ‘conquistatori’ del Mezzogiorno” (Ernesto De Martino – La terra del rimorso), ma del vero dev’esserci. Forse Quinzato si sentì male per effetto d’un’intossicazione da morso, per il che rimase qualche giorno a riposo e al sicuro da occhi indiscreti. Tanto bastò perché il popolino lavorasse di fantasia a proposito di pizziche all’interno dell’episcopio. E il Chiaia ci mise del suo. Ugualmente resta la figuraccia di un Vescovo.
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