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Mercoledì 03 Marzo 2010 20:42 |
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Vuole uno stereotipo che i siciliani abbiano la fissa delle corna e dell’onore. In parte è stato così. Diversamente non si sarebbe registrato nel giro di una cinquantina d’anni (e nel raggio di una decina di chilometri) una singolare convergenza di prodotti letterari relativi al tema del triangolo dell’amore vietato. “Caccia al lupo” di Verga, “La morsa” di Pirandello e “Canicola” di Rosso di San Secondo, rispettivamente un racconto e due atti brevi, sono accomunati dall’avere per oggetto il tema dell’infedeltà. Risentendo della mentalità dell’epoca, le opere in questione vedono solo la donna in posizione colpevole. Proporle nell’imminenza della Giornata della Donna può sembrare una provocazione, ma a noi piace metterla così : Avendo la donna in questi ultimi quarant’anni fatto conquiste più di parata che di sostanza e considerato l’imbarbarimento dei costumi, la proposta di un triangolo alla siciliana di gusto retrò è oggi motivo di riflessione sul non poco cammino che al genere femminile spetta prima di tagliare il traguardo delle pari opportunità. “Triangolo siciliano” è il nome di uno spettacolo che la compagnia di Alfredo Vasco porta in giro da molti anni e con costante successo. Organizzato dall’Associazione Docenti Bitontini, in collaborazione con Società Dante Alighieri e FIDAPA, la messinscena era in cartellone al Traetta domenica pomeriggio. Al terzo allestimento nella sua storia, lo spettacolo vede in scena lo stesso Vasco affiancato da Cristina Angiuli e Mino De Cataldo. Una pesante cancellata fa da fondale al breve spazio scenico, di fatto grande quanto un ring, terreno di scontro sul quale una luce avara spalma come un odore di sangue. Questo trittico feroce sa di sudore e sputi, di disprezzo e di rancore più che di foia. Come all’interno di un anfiteatro romano, due gladiatori senza età (un uomo e una donna) danno vita ad un contrasto atavico e dall’esito ancora incerto. Al termine della prima frazione (Caccia al lupo) al calare delle luci i protagonisti abbandonano il campo mentre nella penombra carica di tensione fanno ingressi tecnici silenziosi a sostituire cose, a preparare la scena in vista della frazione successiva (La morsa). La manfrina si ripete anche prima del conclusivo ‘Canicola’ confermando una sensazione ‘circense, cui non si resta indifferenti. Immagini il lettore gli inservienti che al Colosseo tra un ‘numero’ e l’altro intervenivano a sgomberare l’arena dei caduti e avrà un’idea del retrogusto amarissimo di questo trittico dove non si fanno sconti, dove gioia e sorriso sono banditi e un risentimento stratificato accende un livore tagliente. Gli assai bravi Alfredo Vasco e Mino De Cataldo sono versatile e felice espressione di un fare-l’uomo che niente ha a che vedere con l’essere-uomo. Cristina Angiuli è invece stabile e riuscita icona di una femminilità subalterna e solo in apparenza vulnerabile ; in realtà, qui, è la donna l’unico personaggio vincente di un confronto a tre dal quale escono perdenti sia il marito che l’amante, in altre parole il maschio e la sua bipolarità ‘cacciatrice’.
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