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Da quindici stagioni siamo abituati a vedere il Maestro Rino Marrone sul podio del Kursaal Santalucia alla guida del Collegium Musicum. Quale sorpresa martedì scorso trovarlo in platea. Il motivo di questa diversa collocazione stava nel fatto che il quinto appuntamento stagionale per il Collegium Musicum vedeva impegnati solo i solisti di questo complesso orchestrale in “Ingmar Bergman, il cinema dell’anima, la musica e le immagini”. Nessuno però immagini un Marrone in chiave dimessa. Al contrario, il Maestro era palesemente curioso, e ce ne ha partecipata la ragione : “Finalmente ho modo di studiare il pubblico, di studiarne le reazioni. Io la platea, alla quale per forza di cose devo voltare le spalle, posso al massimo percepirla. E’ vero che l’esperienza ha affinato in me la capacità di captare l’emozione che si sprigiona dalla massa ma stare tra la gente, il poter leggere sui visi la noia, la passione o la perplessità diventa un modo diverso di guardare al mio lavoro, di capire cose di cui posso solo arricchirmi”. Non abbiamo avuto modo a spettacolo finito di domandare al Direttore cosa gli abbia svelato l’insolita esperienza di spettatore. Ci chiediamo allora se non abbia sfiorato anche lui il dubbio che aleggiava tra le poltrone, ovvero : E’ Bergman autore che si presta alla formula musica dal vivo - proiezione immagini? Tale formula, ancora per la selezione filmica di Angelo Ceglie, il montaggio di Toni Cavalluzzi e la direzione di Marrone ha prodotto in passato risultati eccellenti. Con la differenza che un conto è Fellini/Rota, un altro Bergman/Bach (e qui ci riferiamo in particolare alla prima frazione dello spettacolo). Questo maestro della pellicola e il divino Johan Sebastian non ce ne vogliano ma mentre Giovanna Buccarella eseguiva la suite in re minore per solo violoncello mentre alle sue spalle scorrevano immagini del Bergman più ‘integralista’ a noi è venuto in mente Paolo Villaggio e quel suo famoso film dove il povero impiegato, col resto del personale, è costretto da un capoufficio cinefilo ad assistere a proiezioni d’essai. E quando per l’ennesima volta il menu post-lavorativo infligge “La corazzata Potemkin” di Eisenstein, Fantozzi si alza e… Sappiamo tutti il resto. Ebbene – il Cielo ci fulmini - mai Bergman, già di suo affatto lieve, ci era tornato così macchinoso, lento, ripetitivo… Colpa di Bach? Ne dubitiamo. Al più ‘quel’ Bach avrà fatto da involontario esaltatore di un pensiero senza speranza e pericolosamente contagioso. E allora si prenda il coraggio a due mani e si riconosca che lo stesso genio di “Il posto delle fragole”, “Il settimo sigillo” e “Fanny e Alexander” mise la firma pure su pellicole da cui la storia del cinema non ha tratto beneficio. Peccato non poter sentire l’opinione di Bergman a proposito di questo ‘abbinamento’. Bergman aveva per la musica una particolare inclinazione. Così particolare che una volta ebbe a dire : “Se avessi dovuto scegliere tra perdere gli occhi e perdere le orecchie avrei preferito tenere le orecchie. Non so immaginare nulla di più terribile dell’essere privato della mia musica”. E in proposito ci pare il caso di citare le parole di Sergio Stablich, profondo conoscitore dell’opera del regista svedese : “Una volta Ingmar Bergman mi disse che se fosse tornato a vivere avrebbe voluto essere un musicista”. Chissà un Bergman musicista cosa avrebbe composto. Un quesito che se da un lato intriga, dall’altro leva il fiato.
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