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Vietato infelicitare i bimbi

C’è qualcosa nelle ‘strisce’ di Shultz che inquieta. E’ la mancanza di collocazione ambientale, quella sensazione di silenzio attorno, la rigidità delle pose, l’innaturalezza algida di battute profonde come abissi e taglienti come bisturi. L’insieme – involontariamente – rende bene cosa vuol dire disagio infantile, è un microscopio messo a fuoco sulla vulnerabilità dei bambini (poi non lamentiamoci se gli stessi bambini, crescendo, massacrano genitori o voltano cartelli di stop). La memoria, inattesa e  a conti fatti pertinente del celebre fumetto, ci è balzata alla memoria mercoledì scorso al Teatro Duse dove debuttava “Il terzo uomo”, un testo di Andrea Cramarossa, dallo stesso diretto e prodotto da Verderame/Federico II Eventi/Manifesto del Teatro delle Bambole. Interpretato con grande generosità da Mariangela Dragone e Claudio Ciraci. Lo spettacolo vede in scena Herbert e Dolly, due “adulti/adolescenti”, stando alle note di regia. A noi invece questa inusuale coppia fraterna ha fatto pensare a Linus, Lucy, Charlie Brown… E sì perché nell’assenza di sorriso, nella cifra straniata e dolente dei dialoghi c’è molto del mondo fermato dalla matita di Shultz. Herbert e Dolly non sono felici, più che navi che abbiano smarrito la rotta sono navi varate in alto mare  ed ivi abbandonate, esposte al gioco delle correnti e dell’implacabilità della natura. Shultz a parte, però, qui c’è pure qualcosa del Tennessee Williams dei “Blues”. Fermati all’interno di un non-luogo (forse la stanza dei giochi in attesa del rientro dei genitori) i due fratelli-fratellini dialogano senza costrutto, cercano aiuto l’uno nell’altro ; non lo trovano e si danneggiano vicendevolmente. L’”atto indicibile” (annunciato dalle sei Barbie impiccate) che chiude testo e performance è logica conclusione di un personale percorso di protesta dell’Autore contro la noia, l’anonimato e il vuoto sociale di cui i due protagonisti sono figli. Tutto questo viene reso con modalità ora ermetiche, ora esplicite. Peccato che l’ermetismo sia impenetrabile e l’esplicitazione sin troppo esplicita (opportunamente lo spettacolo è stato annunciato come adatto al solo pubblico adulto). Con pochissimi oggetti di scena (a parte le Barbie impiccate, quattro sedie e qualche maschera non c’è altro), gesti reiterati anche oltre il necessario, stasi e silenzi, Andrea Cramarossa punta l’indice contro una “generazione di nuovi carnefici” che sta allevando le bestie di domani e mettendo in cantiere i mostri di dopodomani. Il tema (tormentoso) del sesso è la pietra angolare intorno a cui si erge una cattedrale della protesta, tanto personale che ‘categoriale’ (numerose le frecciate al mondo del teatro e ai suoi compromessi). Cramarossa insegue a tutti i costi la provocazione, che ostenta. L’esito lascia perplessa la platea. “Il terzo uomo” è atto di messa a nudo dell’Autore ; come tale merita rispetto. Considerando la disponibilità degli interpreti, il lavoro di Cramarossa (che – ripetiamo – mercoledì era al debutto assoluto) può crescere con opportuni correttivi, ovvero asciugando un po’ le cose e concedendo di più al pubblico ; il quale pubblico sa sempre percepire se lo spettacolo lo esclude o meno.

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