E’ straordinaria la capacità che i più consumati teatranti hanno di improvvisare o, ancora in scena, di scambiarsi battute sottovoce. Altre volte, quando il carisma lo consente, alcuni attori sanno momentaneamente uscire dal personaggio per concedersi brevi digressioni in cui, rivolti al pubblico o a sé stessi, danno voce a un sentimento che esula dal contesto drammaturgico. Un esempio? Venerdì scorso al Piccinni, per la stagione dell’Abeliano, era di scena “Chat a due piazze”, una commedia brillante di Ray Cooney i cui ritmi, già serrati, la regia di Gianluca Guidi porta ai limiti della sostenibilità. A un certo punto, travolto dalle vicissitudini del personaggio e dalla fatica della finzione, Fabio Ferrari (Mario, il tassista bigamo) rivolgendosi a Gianluca Ramazzotti (amico di copione e compagno di lavoro da lunga pezza) addossandosi ad uno stipite esclamava : L’anno prossimo facciamo Pirandello! Grandi risate tra il pubblico ed applausi. Involontariamente la battuta rifletteva pure un sentimento strisciante in platea. Il meccanismo comico di Cooney, che ha dell’implacabile, non consente di rifiatare nemmeno allo spettatore. Francamente non sappiamo giustificare la necessità avvertita da Guidi di spingere sull’acceleratore in quel modo. E’ vero che il crescendo comico è funzionale al colpo di scena finale ma per favore si lasci alla platea il tempo di assaporare le battute. In “Chat a due piazze” ce n’è così tante e così ravvicinate che il buon senso dovrebbe giustificare qualche oasi, qualche pausa per rifiatare. Nulla di tutto questo, invece. Guidi preme come limoni i bravissimi Ferrari, Ramazzotti e compagni col risultato di infondere nella platea una vaga ossessione. E’ chiaro fin dall’inizio che i salti mortali con cui Mario, il protagonista, nasconde la doppia vita sono destinati a chiudersi con la resa finale e l’ammissione di colpa, solo che l’approssimarsi di questo momento, più che da un senso di curiosità, è accompagnato da un senso d’assillo. La nevrosi è contagiosa. Tre, quattro decimi di secondo tra una battuta e l’altra sono pochissimi e tanto sbattere di porte, tanto bussare fra trilli di cellulari ed esclamazioni, tutto questo scalmanarsi in scena in mezzo a prodezze acrobatiche e corpo a corpo alla lunga stremano non solo chi sta in scena ma pure chi sta in platea. Certo, lo spettatore ride, si diverte, applaude senza avarizia perché il testo è sfizioso e l’allestimento è comme-il-faut, tuttavia – questa la nostra impressione – alla fine si alza dalla poltrona con sottile sollievo. Resta il fatto comunque che questa messinscena targata Artù e Emmevu Teatro srl Torino Spettacoli è tecnicamente perfetta. Unico motivo di dispiacere per il pubblico del Piccini, la mancata presenza di Raffaele Pisu. Ma alcuni giorni prima questa vecchia gloria del teatro italiano aveva avuto un problema di salute (85 anni…). Auguri di pronta guarigione, caro Raffaele.
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