Tu sei qui: Home Cultura e spettacoli Il degrado degli ultimi uliveti che avvolgono Bari

Il degrado degli ultimi uliveti che avvolgono Bari

Oltre che occasione per studiare il sociale (si pensi alle opportunità di riflessione offerte dalla massa dei viaggiatori), il treno è pure spunto utile per considerare in che termini il fenomeno antropico sta mutando (e in peggio) l’opera con cui l’uomo ha già da tempo sconvolto l’aspetto del suo habitat. Spieghiamoci : Se alle praterie e ai boschi primigeni le antiche civiltà hanno sostituito foreste di ulivi e piantagioni di ortaggi col corredo di masserie e fabbricati rustici, ora si va cancellando tutto questo con l’abbandono di colture ritenute non a sufficienza produttive o attraverso la riconversione di aree agricole in aree abitative. Il risultato è che case coloniche ed altri importanti aspetti di architettura rurale cedono il posto all’omologazione di villette a schiera e alveari in condominio, allo stesso modo in cui colture autoctone ed irripetibili vengono scalzate da piante esotiche o da altre specie estranee al nostro patrimonio ambientale. Meglio che altrove, il fenomeno è  percepibile lungo le strade ferrate per il semplice motivo che le proprietà affacciate sul percorso dei treni in sostanza muoiono lì.  Raggiunti solo da sentieri e carrarecce, questi fondi vivono un isolamento che costituisce la base ideale per l’abbandono e il degrado di domani. Per esempio, correndo in treno da Bari verso Brindisi, sorprende vedere alla periferia del capoluogo oliveti in abbandono trascesi in piccoli boschi di olivastri, la forma selvatica della stessa pianta. In altre parole, stante il disinteresse di proprietari preoccupati solo di aspettare il momento buono per vendere a imprenditori edili, piante d’olivo una volta rigogliose languiscono e, non potate, involvono in informi espressioni vegetali. Così, la bellezza sofferta di un tronco dalla cui sommità si allargava il rigoglio di fronde ricche di drupe, scompare nell’abbraccio soffocante dei polloni. Il risultato è qualcosa di molto vicino ad un grosso e fitto cespuglio. L’insieme di questi ‘cespugli’ regolarmente distanziati gli uni dagli altri offre uno spettacolo desolante. E se – visto che la legna da ardere ha buon mercato - gli stessi ulivi cadono sotto i colpi di una motosega? Succede che il fondo si traduce in discarica e un poco alla volta si popola di montagnole. Bisogna allora aspettare che sulla terra depositata dal vento su questi piccoli coni attecchisca l’erba per vedere ingentilito l’innaturale paesaggio. Ma a ricordare che quello non è un capriccio di madre natura interviene in mezzo a quei micro sistemi montuosi la presenza di baracche costruite con tufi a secco e alle quali lamiere ondulate fanno da tettoia. Sono i ricoveri dei rottamai, dei rom, dei clandestini, gente diventata prudente nel non mettere piede fra i ruderi di case coloniche pericolanti eppure ancora cariche di storia. Costruzioni abbandonate nel rifiuto di una civiltà (quella contadina) a torto ritenuta obsoleta.
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